Liberalizzazioni – “Vi racconto le mie disavventure con i taxi”
di Alessandro Sala
Niente liberalizzazioni per tutelare la professionalità garantita chi già opera nel settore, a vantaggio anche del cliente e della sicurezza. E’ il succo della lettera del tassista Luciano Galbiati in difesa dei titolari delle auto bianche e delle loro prerogative,
pubblicata lunedì sulla Nuvola.
Dopo averla letta mi sono tornati alla mente alcuni miei
recenti tragitti in taxi. E i personaggi che di volta in volta stavano
al volante: – il tassista che ha guidato dal centro di Milano a
Lissone, in Brianza, tenendo in funzione per tutto il percorso il
televisore lcd fissato sul lato sinistro del cruscotto (visibile cioè
solo a lui, non era un servizio di cortesia per il cliente),
sintonizzato sul programma di Alfonso Signorini;
- il tassista che mi ha raccontato orgoglioso di avere
rifiutato in segno scherno il pagamento dal cliente che gli aveva
chiesto di portarlo “solo” dal terminal 2 al terminal 1 di Malpensa
e di avere fatto altrettanto con un altro che gli aveva chiesto un
trasporto da Malpensa a Ferno, pochi chilometri più in là, facendogli
perdere la fila e la possibilità di incassare una tariffa più
sostanziosa (come quella da più di 100 euro che gli si prospettava con
il mio trasporto), sostenendo che “certi passeggeri sono una brutta
razza, meglio perderli che trovarli”;
- il tassista che, non avendo il pos per il pagamento
bancomat/carta di credito, mi ha chiesto di poter maggiorare la cifra
(39 euro) di 11 euro per fare cifra tonda “
perché non ho il resto e tanto se è per lavoro poi le faccio la ricevuta e a lei la rimborsano” (ma al mio rifiuto il resto è magicamente saltato fuori);
- i tassisti che i pagamenti bancomat o carta di credito non
li accettano proprio, nonostante si sia nel 2012 (a Riga, in Lettonia,
per dire, ho avvisato il tassista che non avevo valuta locale e
che avrei potuto pagare solo con carta di credito il breve tragitto
dall’hotel alla stazione ferroviaria, sentendomi rispondere che non ci
sarebbero stati problemi anche se la tariffa era l’equivalente di meno
di 4 euro);
- il tassista che ha puntato sulla A4 e non sulla consueta A8
per il tragitto Malpensa-Brianza (tariffa a tassametro, non flat)
infilandosi così in un ingorgo da incidente di cui “mi dispiace tanto, ma nessuno dei miei colleghi mi aveva avvisato“ (eppure la radio era sintonizzata su una stazione che seguo anche io trasmette le info-traffic ogni mezz’ora);
- il tassista che tornando da Malpensa avrebbe preteso, se
non mi fossi opposto, di percorrere una statale tra Busto Arsizio a
Monza anziché l’autostrada deserta (era mezzanotte passata)
perché il navigatore gps gli suggeriva quell’alternativa come la più
veloce;
-
il tassista che a Roma ad ogni semaforo (e non solo al
semaforo) chattava via Facebook con il suo smartphone; – il tassista
che, sempre a Roma, durante una coda, ha abbassato il finestrino
e si è messo a discutere per cinque minuti buoni con un collega sulla
campagna acquisti della Lazio incuranti entrambi dei rispettivi
passeggeri; – il tassista che mi ha ospitato su un’auto con i sedili
strappati, pieni di briciole e l’abitacolo dall’aria irrespirabile per
l’odore di fumo stagnante.
Non se ne abbia a male, signor Galbiati, ma l’elenco potrebbe
continuare. Ci potrei aggiungere anche l’esperienza di un amico manager
brasiliano, per la prima volta da solo in Italia e quindi con
molti limiti di lingua (lui parla perfettamente inglese e francese, il
tassista gli ha detto di conoscere solo l’italiano), chiamato a pagare
200 e non 20 euro per il tragitto Linate-stazione centrale.
Potrei essere stato solo sfortunato, nonostante l’ampia
casistica. Ho incontrato anche tassisti seri, ma finché così tanti
episodi negativi capitano ad una sola persona diventano un po’ una
statistica (personale, sia chiaro) e quindi fa davvero strano sentire parlare di “professionalità”.
Ciò detto, le rivendicazioni sindacali sono sempre legittime.
Non entro nel merito, anche se in quanto a tariffe mi si dovrebbe
spiegare perché in assenza di quota fissa, valida solo per chi
vive nel capoluogo, per un trasporto dagli aeroporti milanesi alla mia
abitazione spendo la stessa cifra, e in alcuni casi anche meno,
utilizzando un servizio di taxi privato (Ncc), con l’autista sempre
gentile e il veicolo di categoria superiore e sempre impeccabile.
Sono d’accordo con Galbiati sul fatto che i taxi debbano
essere un «servizio pubblico complementare e di supporto del trasporto
pubblico collettivo». Ma mentre all’estero la sensazione è
davvero questa (e peraltro le tariffe sono incoraggianti, il taxi non è
considerato roba da ricchi), in Italia lo è decisamente meno.
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Più o meno a tutti sono capitate disavventure del genere, altro che poche mele marce! Qua c'è un alone di sfiga nera che perseguita tutta la cittadinanza.